
Capitolo Due. Il Rinascimento fra magia e scienza.
Introduzione. La magia nel Rinascimento.
Si  soliti distinguere gli uomini fra coloro che sono critici e
coloro che sono creduloni, fra coloro che usano la ragione e
coloro che cercano la fuga nell'irrazionale. La storia ci insegna
che non c' niente di pi errato di una distinzione cos netta,
perch la stessa persona  spesso critica verso certi fenomeni e
ingenua verso altri. Tralasciando gli infiniti esempi che il
nostro secolo offre a questo proposito, ne possiamo trovare alcuni
significativi analizzando il fenomeno della magia (alchimia,
astrologia, eccetera) nel Rinascimento.
In questi ultimi anni stiamo assistendo a un ritorno della magia,
che sta riscuotendo un notevole successo anche sui mezzi di
comunicazione di massa. Forse per questo motivo la critica si 
occupata ultimamente proprio della straordinaria fortuna che
ebbero l'ermetismo, l'astrologia e l'alchimia (che erano intese
come forme specifiche di magia) nel Rinascimento.
Gli intellettuali dell'epoca rinascimentale credevano nella magia.
Scrive Giovanni Pico nel suo De hominis dignitate che esistono due
forme di magia. La prima  la magea (quella che noi chiamiamo
magia bianca); essa  considerata una grande forma di sapienza e
coincide con la parte pi vera e profonda della filosofia
naturale. Poi vi  la goetea (che noi chiamiamo magia nera o
demonologia), che Pico giudica esecrabile e mostruosa. Questa
distinzione - continua Pico della Mirandola - deriva dai Greci e
dai Persiani, presso i quali la parola mago era sinonimo di
esperto delle cose divine.
Marsilio Ficino, nel suo commento al Simposio di Platone, afferma
che tutta la forza della magia risiede nell'amore. L'operare
magico consiste nell'attirare in un certo senso una cosa verso
l'altra in una similitudine naturale.
Una delle opere pi popolari di Marsilio Ficino - i Libri de vita
- sviluppa le premesse filosofiche su cui si fonda l'astrologia,
cio l'amore come forza fisica e magnetica, per la quale i corpi
si attraggono a vicenda e producono influenze specifiche gli uni
sugli altri, come se tutto l'Universo fosse unito in una specie di
anima mundi. Su questi influssi, astrali e non, eserciterebbe
efficacemente la sua opera il mago, in grado di spostarli a suo
favore anche con l'aiuto di potenti talismani. Dall'antichit
orientale e greca proveniva una rigorosa concezione cosmologica
della realt: dall'influsso degli astri non era segnato soltanto
il destino dei popoli, ma anche quello dei singoli. Gli astri
erano considerati esseri divini, che per la loro natura superiore
avevano il potere di influenzare (o di determinare) i fatti che
avvenivano sulla Terra. Il tutto in una visione d'insieme
affascinante e potente, per la quale le parti dell'Universo erano
strettamente collegate fra loro.
Fra i molti altri esempi che si possono fare ricordiamo che
l'astrologia era considerata importantissima da Tommaso
Campanella, un astrologo di fama europea. Di ci si trovano tracce
in molte sue opere, fra cui una che tratta esplicitamente di
questo argomento: il De fato siderali vitando. Verso la fine della
sua vita egli si convinse che l'eclissi di Sole, che si doveva
verificare di l a pochi mesi (siamo nella primavera del 1639),
gli sarebbe stata fatale. Campanella cerc nelle stelle un rimedio
al triste destino incombente. Ma i rimedi astrologici non furono
efficaci e mor (cristianamente) nel maggio dello stesso anno.
Anche Giordano Bruno scrisse sulla magia e durante il suo
peregrinare per l'Europa fu preceduto e accompagnato dalla fama
di mago (confronta manuale, pagine 50-51); fama che porter alla
rovina il filosofo di Nola.
Durante il Rinascimento la magia si diffuse in tutta Europa. Fra i
pi famosi maghi dell'epoca ricordiamo Paracelso (1493-1541) e
Agrippa di Nettesheim (1486-1535), autore di un'opera dal titolo
De occulta philosophia. La tradizione dei grandi maghi
rinascimentali continu anche in seguito. Forse l'ultimo esemplare
di questo tipo fu Cagliostro, che mor nella prigione di massima
sicurezza del castello di S. Leo ai tempi della Rivoluzione
Francese (1795).
L'influenza della magia sulla cultura fu enorme, ma sembra ormai
assodato che all'origine di tutto ci sia stato un clamoroso
fraintendimento. Infatti gli umanisti del Quattrocento, che erano
stati capaci di utilizzare in modo efficace la filologia
nell'esame dei documenti in lingua latina, si trovarono di fronte
ad un gran numero di testi greci che non seppero giudicare
correttamente, sia perch si trattava di scritti pieni di
correzioni e di sovrapposizioni succedutesi nel tempo, sia perch
questa lingua era da loro molto meno conosciuta. Ingannati anche
dalla grande autorevolezza dello studioso bizantino Gemisto
Pletone (1370-1452), essi accettarono una tradizione, consolidata
da secoli, per la quale gli scritti che vanno sotto il nome di
Corpus Hermeticum e di Oracoli Caldaici, sarebbero appartenuti a
profeti-magi del mondo antico come Ermete Trimegisto, Zoroastro e
Orfeo, considerati contemporanei di Mos e portatori di una grande
sapienza, una prisca theologia non lontana dalla rivelazione
cristiana.
L'autorevolezza presunta degli autori favor l'enorme fama che
questi testi ebbero per tutto il periodo rinascimentale.
Soprattutto negli Oracoli Caldaici era sviluppato il tema della
teurgia (l'azione con cui si evocano gli di e li si spingono ad
agire in nostro favore) e i passi sull'argomento apparivano
nell'insieme come un vero e proprio trattato di magia bianca,
finalizzato alla purificazione del corpo e all'ascesi mistica.
La magia penetr un po' dappertutto. Essa influenz l'arte del
tempo, come appare evidente in Botticelli, in Piero della
Francesca e in altri. La magia riusc a raggiungere anche luoghi
che tradizionalmente si ritengono immuni da questo tipo di
cultura, come le chiese. Il pavimento della cattedrale di Siena,
databile intorno al 1480,  ricco di immagini tratte dalla
tradizione antica, fra cui appare anche Ermete Trimegisto,
affiancato da due sibille e rappresentato come un grande profeta
(oggi la maggior parte di questo pavimento  coperta per
preservarlo dall'usura del tempo e dai turisti). Ci fa pensare
che per un certo periodo la cultura ermetica fosse in grado di
sovrastare la lunga tradizione della Chiesa medievale, che aveva
combattuto la magia in nome della libert, della responsabilit
personale e dell'azione diretta di Dio sulle vicende umane.
Il fatto  che quel modo d'intendere la magia (in particolare
l'astrologia) rispondeva a molte delle nuove esigenze dell'uomo
del Rinascimento, fra le quali il desiderio di trovare in tutte le
cose ordine e misura, di affermare il trionfo di una razionalit
cosmica in cui inserire il rapporto macrocosmo-microcosmo e la
fiducia nella possibilit della vittoria dell'uomo sulla
casualit, l'arbitrio, il Fato e la Fortuna. Era molto forte,
infine, come del resto in tanti altri momenti della storia umana,
il desiderio di conoscere il futuro, di dominare la situazione.
Ci portava alla magia, perch in un cosmo ben ordinato vi era
comunque la possibilit - cos si credeva - di piegare a proprio
vantaggio quel mondo attraverso la conoscenza dei meccanismi
profondi su cui esso si reggeva e con l'uso di tecniche
appropriate per farselo propizio. L'uomo poteva essere il
dominatore della natura (e del proprio futuro) solo se prima egli
avesse accettato di conoscerla nella sua struttura profonda,
segreta. E solo la magia poteva far conoscere le simpatie e le
antipatie, quelle forze che dominano l'Universo, in cui l'uomo 
inserito. Gli influssi astrali, poi, furono spesso
"cristianizzati", utilizzando le gerarchie angeliche e le potenze
diaboliche.
Cos si diffusero le pratiche magiche, i talismani, gli oroscopi.
Ma con l'andar del tempo da bianca la magia tendeva a
trasformarsi in nera: i maghi - e ancora di pi i loro seguaci e
ammiratori - pretesero sempre maggiori manifestazioni di potere
sulle forze della natura e sul mondo degli spiriti e, non
ottenendole invocando le forze spirituali buone, si rivolsero alla
magia nera.
Solo dopo il 1614 si cominci ad avere dubbi sui veri autori degli
scritti ermetici e caldaici, sulla prisca theologia e sul suo
rapporto con la magia. Per quanto riguarda la filosofia, questo
equivoco favor per un certo periodo l'egemonia culturale del
neoplatonismo.
Intanto nel confronto polemico con l'alchimia e l'astrologia
cresceva e maturava la nuova scienza.

G. Zappitello, Antologia filosofica, Quaderno secondo/1. Capitolo
Due. Introduzione.
Il dibattito sulla teoria copernicana.
Sembra che Copernico verso l'anno 1514 avesse gi raggiunto una
sufficiente consapevolezza delle conclusioni verso cui lo stavano
portando i suoi studi e le sue osservazioni. Ma egli si rendeva
anche conto di andare contro una tradizione consolidata,
profondamente radicata sia sul terreno filosofico sia su quello
teologico; e ci gli suggeriva la prudenza. Per questo solo dopo
il 1530 egli cominci a far conoscere le sue idee sui movimenti
della Terra e sull'eliocentrismo permettendo la circolazione di un
suo manoscritto, pervenutoci con il titolo Nicolai Copernici de
hypothesibus motuum coelestium a se constitutis commentariolus
(confronta manuale, pagina 37, nota 11). E fu solo poco prima di
morire (1543) che il grande astronomo si decise a pubblicare il De
revolutionibus orbium coelestium, opera che avrebbe segnato una
svolta epocale negli studi di astronomia.
Essa usc con una prefazione in cui si sosteneva il carattere
ipotetico delle tesi copernicane e veniva affermato che lo scopo
dell'opera era solo di elaborare teoria alternativa a quella
tolemaica. Quest'esigenza era allora molto sentita fra gli
astronomi, perch le sempre pi precise misurazioni dei movimenti
delle orbite dei corpi celesti (soprattutto delle comete) avevano
reso necessaria una serie di aggiustamenti e di correzioni e
l'interpretazione tolemaica era diventata un vero rompicapo.
Sempre nella prefazione al De revolutionibus si sosteneva per
che la teoria copernicana, come tutte le teorie astronomiche, non
aveva nulla a che fare con la situazione reale dell'Universo. Ci
trasse in inganno i primi lettori e fece da esca alla polemica.
Era successo che questa prefazione era stata aggiunta dal
teologo protestante Andrea Osiander, senza il consenso di
Copernico. Essa esprimeva un'interpretazione in totale disaccordo
con le idee dell'autore dell'opera, che considerava, invece, la
sua tesi come corrispondente alla realt e perci vera. Ci che
rimane inaccettabile  che la prefazione, aggiunta senza il nome
dell'autore, sembr esprimere l'opinione dello stesso Copernico,
traendo in inganno i lettori.
Uno dei primi a schierarsi con il grande astronomo e a reagire
all'imbroglio fu Giordano Bruno, che defin l'autore della
prefazione un asino ignorante e presuntuoso (confronta
manuale, pagine 40-41). Poi fu la volta di Keplero che si schier
decisamente dalla parte delle teorie copernicane. Il fatto che le
dimostrazioni di Copernico risultassero pi convincenti di quelle
dei sostenitori del sistema tolemaico era per lui motivo probante
della maggiore vicinanza al vero del sistema copernicano, anche se
Keplero prefer la teoria del grande astronomo Tycho Brahe, il
quale aveva elaborato una formula di compromesso, con la Terra al
centro dell'Universo e il Sole al centro del moto dei pianeti.
Inoltre Keplero sottolineava l'unit dei metodi di ricerca tra
fisica e astronomia e quindi anche il diritto degli astronomi di
considerare le loro scoperte sullo stesso piano di quelle dei
fisici.
Intanto anche Galilei scendeva in campo schierandosi decisamente
dalla parte di Copernico e trovandosi cos ad essere bersaglio
delle ire non solo degli scienziati di tradizione aristotelica, ma
anche di molti teologi cattolici. Illustre esponente di questo
secondo gruppo era il cardinale Roberto Bellarmino. Chiamato in
causa, egli consigli a Galilei la massima prudenza. A sua volta
Bellarmino afferm che il copernicanesimo poteva essere sostenuto
solo  ex suppositione e non assolutamente. In pratica egli si
ricollegava all'interpretazione di Osiander (che K. Popper
definisce: strumentalista). Bellarmino comunque si preoccup di
mantenere la porta aperta: egli avrebbe accettato la teoria
copernicana (e reinterpretato le Sacre Scritture alla luce delle
nuove scoperte scientifiche) solo se fosse stata presentata una
vera dimostrazione, cio una dimostrazione inconfutabile.
Il secondo processo a Galilei, quando ormai Bellarmino era morto
da tempo, si risolse in modo negativo per il grande scienziato,
che aveva osato sostenere la teoria copernicana. L'eco della
condanna si diffuse velocemente in tutta Europa, creando non poche
perplessit negli ambienti scientifici. Descartes scrisse a Marino
Mersenne che la condanna di Galilei lo aveva tanto colpito da
pensare di bruciare tutte le sue carte.
